Home Attualità Suicidi, in crescita o solo più pubblicizzati?

Suicidi, in crescita o solo più pubblicizzati?

Il suicidio, atto estremo con cui una persona si toglie la vita, è diventato qualcosa con cui abbiamo sempre più familiarità. Un vocabolo il cui significato si conosce fin da bambini, al pari di “vita”. Un tempo parlare di un suicidio avvenuto in famiglia era tabù e si associava il gesto ad uno stato mentale squilibrato o frustrato. Oggi, c’è chi pensa sia meglio non parlare di suicidi, poiché gli studi sociologici di Durkheim hanno dimostrato che l’atto ha un fortissimo ascendente emulativo. In particolare nei periodi di maggiore crisi di uno stato. In poche parole, quanto più si parla di suicidi, tanti più se ne verificano. Altri sono convinti che più si realizzano campagne di sensibilizzazione per sostenere psicologicamente i soggetti a rischio di suicidio, come gli omosessuali, gli anziani, i bambini e gli adolescenti sovrappeso, meno si decide di morire.

Le ragioni che portano un individuo a compiere questo gesto estremo sono diverse.

Il malessere psicologico, dovuto a un’infermità vera e propria o alla depressione provocata dal mobbing o dal bullismo, è la prima statisticamente parlando.

La seconda è l’aver subito violenza, fisica e psicologica da parte di un partner, di un parente o di una persona molto importante nella vita del soggetto.

La terza riguarda una crisi finanziaria o emotiva dovuta a un lutto o a una separazione dal partner.

La quarta verte sui fisici, di natura permanente o temporanea.

La quinta considera i problemi di lavoro(licenziamento, mobbing, stress) e quelli finanziari.

Secondo gli ultimi dati dell’OECD e della WHO, la crisi finanziaria degli ultimi anni ha mietuto vittime nei paesi che l’hanno subita meno, come Germania(9 suicidi ogni 100.000 abitanti) e Finlandia(17 suicidi su 100.000 abitanti); mentre la Grecia, in assoluto il paese che più ha pagato le conseguenze dei disastri finanziari, ha un tasso annuo di suicidi pari a 4 su 100.000 abitanti. L’area asiatica è quella in cui il tasso di suicidi è più alto al mondo; infatti, la Korea del Sud registra 31 suicidi ogni 100.000 abitanti, seguito al settimo posto dalla Cina con 22 e dal Giappone con 21 su 100.000. L’Italia si trova al 66° posto secondo i dati WHO. Gli uomini sono più a rischio delle donne perché metabolizzano più lentamente il distacco da un familiare e si sentono maggiormente responsabili del benessere economico familiare. Dunque, un licenziamento o una crisi finanziaria che conduce un uomo a chiuder bottega, si presentano come le prime cause di suicidio nel nostro paese. I range di età in cui sono più a rischio sono il 35-44 e i 75+ poiché nel primo intervallo le ragioni dell’estremo gesto possono rapportarsi a quanto abbiamo detto in precedenza, mentre nel secondo intervallo, può verificarsi il lutto del partner che dunque non viene superato. Secondo i dati Istat, si è verificato un aumento dei sucidi nell’intervallo 25-34, la cui motivazione può avere radici nelle discriminazioni sessuali o fisiche e nella depressione da disoccupazione.

Tuttavia, in linea di massima, secondo i dati Istat il tasso di suicidi è diminuito: si è passati da 8,3 suicidi a 6,7 ogni 100.000 abitanti tra il 1993 e il 2009. Tale diminuzione è dovuta all’aumento delle associazioni a scopo preventivo e delle ONG che sostengono i soggetti depressi. Internet è stato sicuramente attore capace di mettere in guardia i cari dei potenziali suicidi e i soggetti stessi sui segni distintivi del loro malessere, e capace di collegare soggetti-famiglie e associazioni.

In conclusione, è possibile affermare che il tasso di suicidi non è aumentato, ma piuttosto è cresciuta la sensibilità popolare al problema. Per questo a volte i mass media speculano su queste tragedie volutamente e purtroppo, a volte lo fanno anche i cari delle vittime.