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“Il calcio è un gioco di squadra che si gioca in 22,ma alla fine vince sempre la Germania”. La celeberrima frase entrata negli annali di storia del calcio è di Gary Lineker, attaccante icona del calcio inglese degli anni Ottanta. Non ce ne voglia il “Pippo Inzaghi” d’Oltremanica, ma le sue parole ci suonano anacronistiche o, arriveremo a dire, persino anti-storiche. La Germania appena surclassata agli Europei, ancora dall’incubo Italia, ha dovuto nuovamente pagare dazio sul rettangolo di gioco. Eppure non si tratta di una novità, ma quasi di una regola tanto da far pensare che in fondo il risultato ultimo della semifinale continentale fosse in qualche modo già scritto.La nostra è una teoria “breriana”, quasi deterministica. Negli ultimi decenni, infatti, a dispetto di quanto affermato da Lineker, la Germania ha dimostrato una quasi genetica propensione alla sconfitta. Sia chiaro: non è in discussione il tanto declamato spirito battagliero teutonico o la innata capacità di rialzarsi. Alla resa dei conti, però, il risultato è quasi sempre lo stesso: in riva al Reno si piange. Arrivano sempre fino in fondo, ma nel momento clou i tedeschi hanno troppo spesso palesato quella che nel tennis chiamano “la sindrome del braccino corto”: a livello di nazionale citiamo la misteriosa sconfitta ai supplementari in Inghilterra nel 1966, o quella in Messico contro la baldanzosa Argentina di Maradona; a livello di club come non ricordare i due psicodrammi sportivi del Bayern Monaco, superato prima in due soli minuti – 90’ e 94’ – dall’allora neonato Manchester United di Ferguson e poi nell’ultima finale di Champions dal Chelsea di Drogba, dopo essere andata in vantaggio a cinque dal termine addirittura davanti al proprio pubblico… Senza poi dimenticare che forse i più bei ricordi calcistici della nostra Nazionale coincidono con scivoloni tedeschi: il 4-3 di Messico ’70 che ha segnato una generazione e ispirato piece teatrali e cinematografiche; il 3-1 di Madrid che ha fatto gioire nel 1982 il nostro Presidente Pertini che brandiva, esultante, la sua pipa; il 2 a 0 della semifinale del 2006 quando nel catino del Westfalen Stadion di Dortmund gli uomini di Loew si facevano beffare, ancora nel finale, dalla spietata Italia di Lippi. Il resto è storia recente con l’ancora ct Loew che alla vigilia del match con gli azzurri ostentava una tracotanza, palesemente sinonimo di paura, come un qualsiasi generale che si avventurava a sfidare il Generale inverno russo. La storia ci insegna a comprendere le ragioni di sfide calcistiche e non. I tedeschi rinasceranno: questo è certo. E magari un giorno torneranno a vincere. Ma non ricordate loro mai più quella frase di Gary Lineker…