Home Spettacoli e Cultura IL POETA SILVESTRO SENTIERO CERCA LO SCOPRITORE IDEALE (IL SUO “MECENATE”)

IL POETA SILVESTRO SENTIERO CERCA LO SCOPRITORE IDEALE (IL SUO “MECENATE”)

In esclusiva per AZ Magazine un’intervista al poeta Silvestro Sentiero, ospite del Maurizio Costanzo Show nei primi anni ‘90 e oggi uno dei più affermati scrittori napoletani. Durante il nostro incontro Sentiero mette a nudo la sua anima e ci racconta L’amore ideale.

L’amore ideale è il nome della sua ultima opera. Come mai questo titolo?

In realtà io parlo di molti amori ideali. Ci sono amori diversi. Ci può essere l’amore per un amico, per una donna, per un uomo, nessuno esclude l’altro. L’amore è complicato. Per esempio, ci sono amori come quello tra il sadico e il masochista. Oggi la società sta avendo questa tendenza poiché tutto parte dall’esigenza di protagonismo. E i diversi tipi di amore dovrebbero portare alla felicità. Tuttavia la felicità è un concetto intellettuale. Non è di questa terra. Tutti i libri dedicati all’amore sono ispirati a esigenze di marketing. Basta contare quanti manuali esistono per essere felici o trovare l’amore. Invece, l’uomo è condannato per natura all’inquietudine. E può aspirare tutt’al più alla tranquillità, alla serenità. È tutta una questione di indole.

Il libro è dedicato a Valentina. Chi è questa donna?

Valentina è la mia fidanzata. È la fonte del mio amore. Credo che il prossimo libro lo dedicherò ad un altro amore ideale, quello per mia madre. La prossima opera sarà una raccolta di poesie e si intitola Cosa canta il pesciolino.

L’amore ideale è un insieme di racconti. Tra questi qual è il tuo preferito?

Credo che sia Adam, un uomo disincantato per il quale provo compassione. Mi ci sono immedesimato. Adam infatti è nato dal passaggio nella mia vita dalla stagione dei grandi entusiasmi a quella della nostalgia. È un uomo nostalgico che ormai ha perso i connotati della realtà.

Da dove trae ispirazione per i racconti?

In ogni racconto c’è il poeta. In ogni racconto ci sono io così come sono fatto. Ci sono io trasformato. Anche nelle figure femminili. In ogni personaggio c’è una parte di me. Alla base dei racconti così come della poesia c’è l’autenticità. Si va a esplorare parte di sé. Parto dalla periferia per portare al centro qualcosa di me.

E riguardo la copertina del libro? In prima di copertina c’è lei in una foto vicino al mare. In quarta ci sono le istruzioni per costruire una barchetta di carta.

Io così, come mio padre, ero condannato a lavorare in mare. Ero tenuto a seguire le sue orme. Mio padre aveva una barca ed era un capociurma. Sono sempre stato legato al mare, ma lo vedevo come una condanna. Infatti ne parlo nel mio prossimo romanzo Liberaci dal mare. In questo romanzo parlo del dolore della condanna del destino.

Quando uscirà questo romanzo?

Confido entro il 2018.

Parliamo un po’ di lei. Come è nata la voglia di scrivere? Come è nata la passione soprattutto per la poesia?

Tutto è nato dall’attesa, dall’ansia. La mia prima poesia l’ho scritta a 13 anni. In realtà posso tornare ancora più indietro, quando avevo 10 anni. Avevo scritto un nome, Rosanna, ma molto molto intensamente. Un’intensità tale che per me era una poesia. Era un amore timido, platonico, a distanza. Era il vero amore ideale come definisce anche Leopardi. Tutti e due eravamo palesemente innamorati e gli altri se ne accorgevano e ci prendevano in giro. Né io, né lei avevamo il coraggio di fare il primo passo. Io mi iscrivevo al catechismo per lei e andavo al doposcuola con lei, ma non avevo il coraggio di fare il primo passo. Oggi Rosanna non so chi è non conosco il suo cognome. Non l’ho mai cercata su Facebook o sui social network. Ma in qualche racconto lei c’è e anche in qualche poesia. Credo che l’amore elegiaco e platonico, ma intenso sia il vero amore ideale.

Che ruolo ha per lei la poesia?

Per me la poesia è fonte di nostalgia. Mi ritengo un poeta elegiaco. Divido la nostalgia in: nostalgia dell’infanzia, poiché vorrei vivere in quel mondo fantastico, quello infantile; e una nostalgia del futuro, poiché sogno qualcosa di straordinario così come fanno tutti i poeti, ma molto amplificato. Sogno qualcosa che sta altrove e che forse non avrò mai,  un’utopia. Questa è la vera passione della poesia.

A quali poeti si ispira?

Mi ispiro molto ai poeti italiani come Leopardi e leggo molto. Mi piace molto Marco Lodoli e  il suo Tempo di uccidere. È un’opera unica, per me il libro più bello del Novecento. Mi piace l’intensità del De Profundis di Oscar Wilde, Il prete bello e I sillabari di Parisi. Amo molto La conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e Calvino soprattutto in Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Quali sono i suoi progetti a breve termine?

Sarò in tournée per l’Italia e poi andrò a San Pietroburgo, patria della letteratura e dato che amo molto gli scrittori russi come Dostoevskij, Tolstoj. Sono stato in molti luoghi, ma non mi sono mai sentito così emozionato come per la Russia.

Cosa ne pensi della tua esperienza televisiva e come mai è finita?

Nel ‘93 quando ho cominciato con il Maurizio Costanzo Show ero candido e vero. Non andare in tv voleva dire rinunciare ad un’altra maniera di giocare. Sono uno aperto a tutte le possibilità. Per natura dico sempre sì e “no” è una parola che mi piace poco. Mi ha portato notorietà, ero molto visibile. All’inizio è stato divertente, ma poi mi sono annoiato.

Qualcuno ha mai voluto approfittare della sua persona, della sua notorietà?

Sì qualcuno ha voluto giocare con il mio essere fotogenico e particolare. C’è stato chi ne ha approfittato. All’inizio rimasi molto colpito da Achille Bonito Oliva che mi lasciò una critica sulla segreteria telefonica. Quello per me fu un riconoscimento. Dalla stagione televisiva in poi molti si sono vantati di aver ricevuto una mia poesia. Alla fine tutto quello che nasce dalla vanità è futile.

Come sono nati i suoi i suoi pizzini, le dediche che fa a chi la incontra?

Mi sono messo in discussione. Sentivo che dovevo trovare un modo per fare filantropia, per dare gioia agli altri. Così mi sono messo a scrivere delle dediche personalizzate, i cosiddetti pizzini. Mi trovavo in un luogo e quando vedevo una persona trovavo l’ispirazione. La mia accompagnatrice la fermava, le parlava del libro e se voleva prendeva il pizzino. Inizialmente non mi aspettavo che qualcuno mi pagasse per quei pensieri, ma poi è successo. Non credevo che la mia voglia di scrivere potesse diventare un lavoro, io con la poesia cercavo di aiutare gli altri. Volevo sentirmi utile. Ero molto candido e non sapevo come dare gioia agli altri. Il fatto che questo sia diventato lavoro è stato frutto della società, è stato accidentale.

 

Ha riscritto La tempesta di Shakespeare in napoletano. Come mai?

In realtà è stato un mio amico a chiedermelo. Scrivere per il teatro non mi è mai piaciuto. Ma alla fine ho ricevuto anche un premio (Premio Ubu per il teatro n.d.r). In realtà io recitavo, ma ero un personaggio più che un attore. Attualmente ho scritto anche un’opera per due Uwe e Franz, che tratta di due clown. Mi trovavo in biblioteca in Germania e mi è venuto di getto. Sento la nostalgia per il teatro. E vorrei tornare a scrivere per il teatro.

Tutti i suoi libri sono editi dalla sua casa editrice La Pannocchia, come mai?

Il fatto di editarmi da solo è nato da un’esigenza giovanile. Volevo che tutto fosse autentico, candido come me. Adesso vorrei che qualcuno mi scopra, qualcuno che però davvero comprenda la mia anima, prenda i migliori scritti delle mie opere e li pubblichi.

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